Questa notte gli agrifogli hanno cantato, e portavano la mia voce.
Parlare a te che mi ascolti così attentamente mi concilia il discorso e forse mi rende un po' vergognosa il fatto che della mia vita io abbia così tanto da raccontare da dover scremare le cose più vaghe, le vicende accumulate in centinaia d'anni, le avventure e le mie mille passioni così da ottenere pochissime cose, forse non sufficienti ad appagare la tua curiosità.
Io sono Elowen, chiamata un tempo col cognome di Cul-Eithel che significa nella lingua degli elfi Fonte Rosso-Dorata. Ed io stessa sono stata un'elfa che dell'oro e del rosso aveva tinta la chioma come un falò e lo stesso fulvo si dipingeva nei miei occhi ora così scuri, ora così intensi. Ebbi un'infanzia eccentrica perchè io lo ero al mio interno, una bambina che fin dal principio scappava dal reale per giocare nel suo mondo mentale, intimo dov'era una principessa omaggiata dai suoi sudditi fedeli: e quali giochi si facevano al suo castello, quali feste e ricorrenze sontuose addobbate di luci davo nel mio regno nella testa che tutta la mia prima gioventù passò troppo veloce come una tempesta che imperversa per qualche minuto ma che rovina i raccolti nella sua furiosa immediatezza. Perciò mi davano della folle perchè forse folle lo ero davvero e se con insistita cattiveria i fratelli e le sorelle mi stavano distanti per perplessità o scherzo, tanto più io rispondevo chiudendomi sempre più ermeticamente in quel posto segreto, in quell'alcova nascosta a fondo nel mio interno, da costruire ogni istante una barriera sempre più alta tra me e il mondo che volevo allontanare in fretta per proteggermi e tornare subito a quei prati dove giocavo coi miei amici invisibili.
Poi successero tante cose che mi rimangono nei ricordi come piccoli anelli di fumo o stracci di sogno, e mi torna alla memoria qualcosa di ben più disegnato... un uomo. Come successe che m'innamorai neanche io lo so, o almeno al tempo non potevo averne la percezione di cosa fosse quel tipo di interesse data la poca comprensione che ricevetti per le mie stramberie di ragazzetta. Il fatto è che a questo umano io diedi un figlio, Dermot il nome del mio compagno ed Urien quello del nostro bimbo che per paura o irresponsabilità abbandonai al padre fuggendomene via. Non fui una madre terribile perchè della madre non ebbi nulla...fu il mio amante, solo, ad allevare il ragazzo che non vidi più al di là del parto e che crebbe forse bene ma certamente apprendendo la magia, arte di suo padre, e nutrendo per me lo stesso rancore dell'uomo che lo allevò, lo stesso uomo, Dermot, che tornò poi per vendicarsi di me e del dolore trasformando il mio corpo da elfico in mortale, da elfico in un umano dalle orecchie tenere e rotonde... dalla vita destinata a troncarsi presto, forse in poche decine d'anni. Anche altri particolari mutarono per trauma o per incanto, come la chioma che da rossa si tinse di nero o gli occhi, i miei occhi di miele poi sporcati dal viola, screziati che un glicine vi sbocciava all'interno.
Camminai per i giorni successivi come colta dal sonno, certo inebetita dalla stordente avventura che non mi resi neanche conto del Principe e del suo morso, ma solo della sua invadente e perversa bellezza e di quella beatitudine in godimento che provai nell'affondo delle sue mani e dei suoi denti in quell'umida catacomba. Che strana mi sentii i giorni successivi, che forza mi sollevava e quanto i miei sensi si erano amplificati in quel mio cambiamento! Vedevo nel buio e i colori vivevano addosso agli oggetti, ogni foglia derisa dal vento si muoveva da sè ed io captavo ogni singolo spostamento di una fronda, i miei passi veloci che un occhio non riesce a percepire e... la fame; quel languore constante come di caldo che l'Ambrosia divina non è nulla al confronto di ciò che mi sfama. Il sangue.
Il sangue, un capitolo così delizioso del mio essere Empia, mi nutre eccitando il mio cuore ormai secco come bitorzoli di tronco. Sangue che ammalia le mie piccole prede riflettendosi in quella bambola che ormai sono, eterna così come lo è la luna, bianca altrettanto ed ancor più attraente che i poeti potrebbero eleggere me a loro musa e non più quel scialbo satellite. E' questa ormai la mia condanna, subire il frastuono della fame che indebolisce le mie ossa... ma perire di libidine, poi, ogni volta che assaggio quella linfa così che la trasfusione diveine il mio passatempo e la mia necessità, la mia angoscia ed il mio sostentamento.
Ora sono solo Elowen e dell'ombra Rosso-Dorata non è rimasta che la saetta stramba che mi brilla negli occhi quando lo stomaco mi comanda.